LES VIES

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0. TRASLOCHI

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Nella vita ho lasciato tanti luoghi, tanti ne ho scoperti di nuovi: il palazzo di Rue Pasteur, l’appartamento sopra al negozio di animali, la casa sull’albero (è stata a tutti gli effetti il primo immobile che ho abitato da sola). Da estranei questi posti sono diventati conosciuti, famigliari, ad alcuni mi sono abituata, altri al contrario mi sono diventati stretti; fatto sta che tutti hanno preso un posto nella mia memoria. Posso percorrere ancora le stanze delle mie case, le loro strade, se mi concentro a fondo. Alcune immagini sono più definite: l’ultima camera che ho condiviso con la mia coinquilina, prima di lasciarla qualche settimana fa per venire qui a Bordeaux, di cui ricordo ogni foto appesa alla parete. Altre ancora sono sedimentate da anni nella mia memoria e non riesco ad averne un’idea globale, allora mi concentro sui dettagli (quando mia nonna mi veniva a prendere dall’asilo all’ora della merenda, facevamo il tragitto tornando a casa cantando) e man mano un’architettura prende forma: il cortile fiorito, le crepes calde nella cucina con le mattonelle rosse della mia primissima casa, in Italia. Non so perché ci sto pensando ora, forse perché alla fine di ogni permanenza, trasportando gli scatoloni per svuotare la casa, mi sembra di smembrarla anche della mia presenza. Allora ho bisogno di fermare ciò che conosco. Una stanza vuota che stai lasciando ti appare diversa rispetto a una vuota in cui stai entrando; in ognuna ho trovato una parte di me, in ognuna ho lasciato una parte di me. Mi sembra di aggirarmi in questo mondo cercando di ricomporre questo puzzle, a volte fiuto una vita possibile e mi fiondo lì a viverla, cercando di colmare la mia fame, la ricerca di tutte le parti. So che è una cosa stupida e inutile. Perché appena mi dirigo in un altro luogo, c’è un pezzetto di me che lascio indietro e che continua, in un certo modo, a vivere di vita propria. Lo so perché ogni volta che svuoto una delle camere che ho abitato ho un’amarezza dentro, di qualcosa che non sono riuscita a portare via con me. Allora mi aggiro per le stanze ripetutamente, controllando di non aver lasciato niente.





 

1. L'INCONTRO

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- Hai un accendino? - Come, scusa? - No mi chiedevo, hai per caso un accendino? - Non ti avevo sentito, eccoti. - Prometto di non rubartelo. - Ma che estraneo gentile! - Non ti ho mai visto da queste parti. - Tu conosci tutti quelli di queste parti? - Non proprio tutti… ma lavoro qui e la maggior parte li ho visti. La senti? - È un’arpa? - Si, puoi ascoltarla spesso in questa strada. Qui vicino c’è una scuola di musica, guarda. - Ma il tuo capo non ti rimprovera se lasci il posto di lavoro così? - Ah no, ho finito il turno, sto tornando a casa, vicino alla piazza. Tu? - Anche io vado da quella parte. - Allora di dove sei? Dai che non hai un accento di qui. - Si sente così tanto? Hai ragione, il mio accento è un miscuglio di tanti posti. Mi sono appena trasferita… - Bello! Io sono nato e cresciuto qui vicino, non ho mai cambiato davvero panorama, dev’essere eccitante. - Diciamo che è anche faticoso, iniziare tutto daccapo, incontrare gente nuova ogni volta… - Beh ora conosci me, fa una persona in più. E cosa ci fai qui? Intendo, perché ti sei trasferita? - Per studiare, faccio il biennio all’Esnap, Architett… Un gatto nero! Ci ha attraversato la strada! - E allora? - Significa che non posso passare! Altrimenti avrò sette anni di sfiga o qualcosa del genere. - Non dirmi che credi a queste cose. - Un po’… Solo la mia parte italiana. - Vuoi che passi prima io? - No, sarei una codarda ed egoista! - Ahah ok allora facciamo così, andiamo a sinistra e facciamo il giro. - Ma tu non dovevi andare di là? - Tranquilla, allungo solo un po'. Forse non sono i grandi eventi a cambiarti la vita, ma i piccoli incontri che ti deragliano su altre strade.





 

2. ROUTINE

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- Hai un accendino? - Come, scusa? - No mi chiedevo, hai per caso un accendino? - Non ti avevo sentito, eccoti. - Prometto di non rubartelo. - Ma che estraneo gentile! - Non ti ho mai visto da queste parti. - Tu conosci tutti quelli di queste parti? - Non proprio tutti… ma lavoro qui e la maggior parte li ho visti. La senti? - È un’arpa? - Si, puoi ascoltarla spesso in questa strada. Qui vicino c’è una scuola di musica, guarda. - Ma il tuo capo non ti rimprovera se lasci il posto di lavoro così? - Ah no, ho finito il turno, sto tornando a casa, vicino alla piazza. Tu? - Anche io vado da quella parte. - Allora di dove sei? Dai che non hai un accento di qui. - Si sente così tanto? Hai ragione, il mio accento è un miscuglio di tanti posti. Mi sono appena trasferita… - Bello! Io sono nato e cresciuto qui vicino, non ho mai cambiato davvero panorama, dev’essere eccitante. - Diciamo che è anche faticoso, iniziare tutto daccapo, incontrare gente nuova ogni volta… - Beh ora conosci me, fa una persona in più. E cosa ci fai qui? Intendo, perché ti sei trasferita? - Per studiare, faccio il biennio all’Esnap, Architett… Un gatto nero! Ci ha attraversato la strada! - E allora? - Significa che non posso passare! Altrimenti avrò sette anni di sfiga o qualcosa del genere. - Non dirmi che credi a queste cose. - Un po’… Solo la mia parte italiana. - Vuoi che passi prima io? - No, sarei una codarda ed egoista! - Ahah ok allora facciamo così, andiamo a sinistra e facciamo il giro. - Ma tu non dovevi andare di là? - Tranquilla, allungo solo un po'. Forse non sono i grandi eventi a cambiarti la vita, ma i piccoli incontri che ti deragliano su altre strade.





 

3. STRADA INTERROTTA (pt. 1)

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4. LA SOSTA

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- Hai un accendino? - Come, scusa? - No mi chiedevo, hai per caso un accendino? - Non ti avevo sentito, eccoti. - Prometto di non rubartelo. - Ma che estraneo gentile! - Non ti ho mai visto da queste parti. - Tu conosci tutti quelli di queste parti? - Non proprio tutti… ma lavoro qui e la maggior parte li ho visti. La senti? - È un’arpa? - Si, puoi ascoltarla spesso in questa strada. Qui vicino c’è una scuola di musica, guarda. - Ma il tuo capo non ti rimprovera se lasci il posto di lavoro così? - Ah no, ho finito il turno, sto tornando a casa, vicino alla piazza. Tu? - Anche io vado da quella parte. - Allora di dove sei? Dai che non hai un accento di qui. - Si sente così tanto? Hai ragione, il mio accento è un miscuglio di tanti posti. Mi sono appena trasferita… - Bello! Io sono nato e cresciuto qui vicino, non ho mai cambiato davvero panorama, dev’essere eccitante. - Diciamo che è anche faticoso, iniziare tutto daccapo, incontrare gente nuova ogni volta… - Beh ora conosci me, fa una persona in più. E cosa ci fai qui? Intendo, perché ti sei trasferita? - Per studiare, faccio il biennio all’Esnap, Architett… Un gatto nero! Ci ha attraversato la strada! - E allora? - Significa che non posso passare! Altrimenti avrò sette anni di sfiga o qualcosa del genere. - Non dirmi che credi a queste cose. - Un po’… Solo la mia parte italiana. - Vuoi che passi prima io? - No, sarei una codarda ed egoista! - Ahah ok allora facciamo così, andiamo a sinistra e facciamo il giro. - Ma tu non dovevi andare di là? - Tranquilla, allungo solo un po'. Forse non sono i grandi eventi a cambiarti la vita, ma i piccoli incontri che ti deragliano su altre strade.





 

5. STRADA INTERROTTA (pt. 2)

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Sento che l’incidente mi ha cambiata, che qualcosa si è smosso dentro di me e ho la possibilità di assecondare il cambiamento. In un certo senso, ho come l’impressione che una parte di me sia morta quel giorno e questa via è la cosa più vicina a lei che ho: l’ultimo tratto insieme. Forse è per questo che ci ho messo tanto a tornarci, avevo paura di quello che avrebbe potuto significare, nella stupida convinzione che guardando questo luogo i miei ricordi sarebbero tornati immediatamente. Prima non pensavo fosse indispensabile rivivere quel trauma; ora credo che quando dai una forma alle paure, allora puoi davvero cercare di andare avanti. Così percorro Rue Sauvageau nella convinzione che voglia dirmi qualcosa, che mi stia aiutando a ricordare e a dire addio; ma appena sento che un’immagine si sta addensando nella mia mente, ecco che svanisce come un sogno. Ci cammino spesso, in ascolto. Poi mi siedo sulla panchina davanti al teatro: assaporo il silenzio, l’ombra degli alberi, il fruscio delle foglie secche.





 

6. IL BIVIO

 

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Nella vita ho lasciato tanti luoghi, tanti ne ho scoperti di nuovi: il palazzo di Rue Pasteur, l’appartamento sopra al negozio di animali, la casa sull’albero (è stata a tutti gli effetti il primo immobile che ho abitato da sola). Da estranei questi posti sono diventati conosciuti, famigliari, ad alcuni mi sono abituata, altri al contrario mi sono diventati stretti; fatto sta che tutti hanno preso un posto nella mia memoria. Posso percorrere ancora le stanze delle mie case, le loro strade, se mi concentro a fondo. Alcune immagini sono più definite: l’ultima camera che ho condiviso con la mia coinquilina, prima di lasciarla qualche settimana fa per venire qui a Bordeaux, di cui ricordo ogni foto appesa alla parete. Altre ancora sono sedimentate da anni nella mia memoria e non riesco ad averne un’idea globale, allora mi concentro sui dettagli (quando mia nonna mi veniva a prendere dall’asilo all’ora della merenda, facevamo il tragitto tornando a casa cantando) e man mano un’architettura prende forma: il cortile fiorito, le crepes calde nella cucina con le mattonelle rosse della mia primissima casa, in Italia. Non so perché ci sto pensando ora, forse perché alla fine di ogni permanenza, trasportando gli scatoloni per svuotare la casa, mi sembra di smembrarla anche della mia presenza. Allora ho bisogno di fermare ciò che conosco. Una stanza vuota che stai lasciando ti appare diversa rispetto a una vuota in cui stai entrando; in ognuna ho trovato una parte di me, in ognuna ho lasciato una parte di me. Mi sembra di aggirarmi in questo mondo cercando di ricomporre questo puzzle, a volte fiuto una vita possibile e mi fiondo lì a viverla, cercando di colmare la mia fame, la ricerca di tutte le parti. So che è una cosa stupida e inutile. Perché appena mi dirigo in un altro luogo, c’è un pezzetto di me che lascio indietro e che continua, in un certo modo, a vivere di vita propria. Lo so perché ogni volta che svuoto una delle camere che ho abitato ho un’amarezza dentro, di qualcosa che non sono riuscita a portare via con me. Allora mi aggiro per le stanze ripetutamente, controllando di non aver lasciato niente.





7-A. SPIN OFF

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7-B. HAPPY ENDING

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Da anni vivo nella casa di Impasse Fauré[1], sono contenta qui. Abbiamo un camino davanti al quale passiamo il tempo quando fuori piove e un cortile dove invitiamo Juliette e Thomas a prendere il caffè. Lavoro come architetto in uno studio importante in centro e mi da soddisfazione, riusciamo anche a guadagnare abbastanza da viaggiare ogni estate in posti bellissimi. Allora tu studi tutto sulla fauna e flora del luogo e io prendo appunti sulle case più bizzarre che vedo per il mondo. Stiamo bene insieme, certo la vita di coppia ha i suoi momenti di monotonia - ci conosciamo troppo bene per stupirci in continuazione - ma sono felice di tornare a casa la sera. Sto bene, davvero. Eppure a volte, quando sono sovrappensiero, mi sembra di sentire un brivido sul collo, come se qualcosa o qualcuno mi seguisse a distanza.

Da Promenade Michel Corajoud guardo l’altra metà della città, oltre il fiume. Sembra così distante, e le persone che percorrono il ponte sono così piccine, come tante formiche che si muovono freneticamente ognuna distratta a rincorrere la propria vita. E io anche sono una piccola formica, lo so, e anche la mia vita è altrettanto piccola e irrilevante; l’unica differenza è che appare più grande dal mio punto di vista, come se fossi riuscita, forse, a trovare la mia dimensione.

Ma mi basta guardare in su e ritorno a sentirmi come un’ombra che si è staccata, un frammento tra i tanti che si aggirano nella città che brulica.

[1] Impasse trad. strada senza uscita.