LES VIES

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0. TRASLOCHI

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Da quando ho avuto l’incidente sto quasi sempre a casa, non esco più se non per andare a fare la spesa, ogni tanto. Mi hanno dato un permesso a lavoro e sono contenta perché non ce la farei a vedere altre persone, rispondere alle domande, comunicare i miei bisogni, camminare: mi sembra tutto troppo faticoso. Anche lavarmi la mattina e vestirmi per restare a casa mi sembra faticoso. Non so come fai a starmi appresso e a dirmi che ce la faremo insieme; lo so che mi sei vicino, ma questo non è un dolore tuo. È mio e me lo tengo stretto, mi fa compagnia di notte quando non riesco a prendere sonno e la mattina quando ho le gambe addormentate per muovere i primi passi. Mi segue di giorno quando mi annoio a guardare serie tv sul divano e quando esco e sussulto per i rumori improvvisi. So che sono rotta, ma non come andare avanti: non capisco cosa fare per prima - perché una volta iniziato a fare, dovrei continuare a fare. Non posso neanche ritornare alla nostra vita senza pensare alle aspettative che avevamo, a tutte le casette in Rue Minvielledavanti alle quali passavamo e ci immaginavamo nei prossimi anni cenare fuori con gli amici (quando avremmo avuto un giardino, ricordi?). Ma ora non penso al futuro, allora preferisco star ferma, qui, e aspettare.





 

1. L'INCONTRO

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- Hai un accendino? - Come, scusa? - No mi chiedevo, hai per caso un accendino? - Non ti avevo sentito, eccoti. - Prometto di non rubartelo. - Ma che estraneo gentile! - Non ti ho mai visto da queste parti. - Tu conosci tutti quelli di queste parti? - Non proprio tutti… ma lavoro qui e la maggior parte li ho visti. La senti? - È un’arpa? - Si, puoi ascoltarla spesso in questa strada. Qui vicino c’è una scuola di musica, guarda. - Ma il tuo capo non ti rimprovera se lasci il posto di lavoro così? - Ah no, ho finito il turno, sto tornando a casa, vicino alla piazza. Tu? - Anche io vado da quella parte. - Allora di dove sei? Dai che non hai un accento di qui. - Si sente così tanto? Hai ragione, il mio accento è un miscuglio di tanti posti. Mi sono appena trasferita… - Bello! Io sono nato e cresciuto qui vicino, non ho mai cambiato davvero panorama, dev’essere eccitante. - Diciamo che è anche faticoso, iniziare tutto daccapo, incontrare gente nuova ogni volta… - Beh ora conosci me, fa una persona in più. E cosa ci fai qui? Intendo, perché ti sei trasferita? - Per studiare, faccio il biennio all’Esnap, Architett… Un gatto nero! Ci ha attraversato la strada! - E allora? - Significa che non posso passare! Altrimenti avrò sette anni di sfiga o qualcosa del genere. - Non dirmi che credi a queste cose. - Un po’… Solo la mia parte italiana. - Vuoi che passi prima io? - No, sarei una codarda ed egoista! - Ahah ok allora facciamo così, andiamo a sinistra e facciamo il giro. - Ma tu non dovevi andare di là? - Tranquilla, allungo solo un po'. Forse non sono i grandi eventi a cambiarti la vita, ma i piccoli incontri che ti deragliano su altre strade.





 

2. ROUTINE

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Le vie dietro la Grosse Cloche in cui passeggiavamo quasi ogni weekend, piazza Lafargue dove ci fermavamo a mangiare il gelato, il cinema Utopia, la tua casa in Rue Sainte-Colombe. Ricordo l’emozione di scoprire questi posti per la prima volta grazie a te, che mi portavi in giro per la tua città, mi mostravi gli angoli nuovi e inesplorati. I nostri giri, i nostri amici, i nostri percorsi. Era tutto bello. Sai io nella mia vita non ho mai avuto questa stabilità, un posto che potevo dire davvero mio, e questo mi ha fatto illudere che non mi avrebbe stancato. Sono passati quattro anni da quando mi sono trasferita qui; ho finito la facoltà e dopo la laurea grazie a un professore che mi ha aiutata ho trovato impiego in uno studio di un suo amico architetto. Sono una tirocinante part-time, lavoro più di quanto dovrei e vengo pagata poco, ma è pur sempre un inizio. Le cose hanno cominciato a prendere la loro forma, ad avere un ritmo e una cadenza. Tuttavia mi chiedo come mai, proprio quando trovi una tua dimensione, non ti sembra di distinguere niente di così rilevante da quella massa informe che sono i tuoi ricordi. Se penso a questi anni a Bordeaux, li vedo come un lungo momento unificato, in cui sono l’inizio è definito. Mi sono accorta tornando dal lavoro che a volte ho dei buchi di memoria: più mi avvicino a casa, più non mi ricordo che strada ho percorso o a cosa pensavo. Smetto di guardarmi attorno con stupore e curiosità e i miei piedi camminano meccanicamente incanalandosi in tragitti conosciuti, conducendomi, chissà come, a casa. Più sei vicino alla tua vita più non puoi vederla. Ero così assorbita nella mia routine da non fare caso al tempo che passava, ai mesi che diventavano anni. Ricordi quando andavamo al mare la domenica e tornavamo sudati di salsedine? Ricordi quando hai staccato un’arancia per darmela e dicevi che era il tuo compleanno più bello? Perché non lo facciamo più? Quando l’inizio della nostra storia ha smesso di essere l’inizio? Quando l’abitudine ha preso il posto dello stupore?





 

3. STRADA INTERROTTA (pt. 1)

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4. LA SOSTA

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Da quando ho avuto l’incidente sto quasi sempre a casa, non esco più se non per andare a fare la spesa, ogni tanto. Mi hanno dato un permesso a lavoro e sono contenta perché non ce la farei a vedere altre persone, rispondere alle domande, comunicare i miei bisogni, camminare: mi sembra tutto troppo faticoso. Anche lavarmi la mattina e vestirmi per restare a casa mi sembra faticoso. Non so come fai a starmi appresso e a dirmi che ce la faremo insieme; lo so che mi sei vicino, ma questo non è un dolore tuo. È mio e me lo tengo stretto, mi fa compagnia di notte quando non riesco a prendere sonno e la mattina quando ho le gambe addormentate per muovere i primi passi. Mi segue di giorno quando mi annoio a guardare serie tv sul divano e quando esco e sussulto per i rumori improvvisi. So che sono rotta, ma non come andare avanti: non capisco cosa fare per prima - perché una volta iniziato a fare, dovrei continuare a fare. Non posso neanche ritornare alla nostra vita senza pensare alle aspettative che avevamo, a tutte le casette in Rue Minvielledavanti alle quali passavamo e ci immaginavamo nei prossimi anni cenare fuori con gli amici (quando avremmo avuto un giardino, ricordi?). Ma ora non penso al futuro, allora preferisco star ferma, qui, e aspettare.





 

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Da anni vivo nella casa di Impasse Fauré[1], sono contenta qui. Abbiamo un camino davanti al quale passiamo il tempo quando fuori piove e un cortile dove invitiamo Juliette e Thomas a prendere il caffè. Lavoro come architetto in uno studio importante in centro e mi da soddisfazione, riusciamo anche a guadagnare abbastanza da viaggiare ogni estate in posti bellissimi. Allora tu studi tutto sulla fauna e flora del luogo e io prendo appunti sulle case più bizzarre che vedo per il mondo. Stiamo bene insieme, certo la vita di coppia ha i suoi momenti di monotonia - ci conosciamo troppo bene per stupirci in continuazione - ma sono felice di tornare a casa la sera. Sto bene, davvero. Eppure a volte, quando sono sovrappensiero, mi sembra di sentire un brivido sul collo, come se qualcosa o qualcuno mi seguisse a distanza.

Da Promenade Michel Corajoud guardo l’altra metà della città, oltre il fiume. Sembra così distante, e le persone che percorrono il ponte sono così piccine, come tante formiche che si muovono freneticamente ognuna distratta a rincorrere la propria vita. E io anche sono una piccola formica, lo so, e anche la mia vita è altrettanto piccola e irrilevante; l’unica differenza è che appare più grande dal mio punto di vista, come se fossi riuscita, forse, a trovare la mia dimensione.

Ma mi basta guardare in su e ritorno a sentirmi come un’ombra che si è staccata, un frammento tra i tanti che si aggirano nella città che brulica.

[1] Impasse trad. strada senza uscita.





5. STRADA INTERROTTA (pt. 2)

 

6. IL BIVIO

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Da quando ho avuto l’incidente sto quasi sempre a casa, non esco più se non per andare a fare la spesa, ogni tanto. Mi hanno dato un permesso a lavoro e sono contenta perché non ce la farei a vedere altre persone, rispondere alle domande, comunicare i miei bisogni, camminare: mi sembra tutto troppo faticoso. Anche lavarmi la mattina e vestirmi per restare a casa mi sembra faticoso. Non so come fai a starmi appresso e a dirmi che ce la faremo insieme; lo so che mi sei vicino, ma questo non è un dolore tuo. È mio e me lo tengo stretto, mi fa compagnia di notte quando non riesco a prendere sonno e la mattina quando ho le gambe addormentate per muovere i primi passi. Mi segue di giorno quando mi annoio a guardare serie tv sul divano e quando esco e sussulto per i rumori improvvisi. So che sono rotta, ma non come andare avanti: non capisco cosa fare per prima - perché una volta iniziato a fare, dovrei continuare a fare. Non posso neanche ritornare alla nostra vita senza pensare alle aspettative che avevamo, a tutte le casette in Rue Minvielledavanti alle quali passavamo e ci immaginavamo nei prossimi anni cenare fuori con gli amici (quando avremmo avuto un giardino, ricordi?). Ma ora non penso al futuro, allora preferisco star ferma, qui, e aspettare.





 

7-A. SPIN OFF

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7-B. HAPPY ENDING

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Da anni vivo nella casa di Impasse Fauré[1], sono contenta qui. Abbiamo un camino davanti al quale passiamo il tempo quando fuori piove e un cortile dove invitiamo Juliette e Thomas a prendere il caffè. Lavoro come architetto in uno studio importante in centro e mi da soddisfazione, riusciamo anche a guadagnare abbastanza da viaggiare ogni estate in posti bellissimi. Allora tu studi tutto sulla fauna e flora del luogo e io prendo appunti sulle case più bizzarre che vedo per il mondo. Stiamo bene insieme, certo la vita di coppia ha i suoi momenti di monotonia - ci conosciamo troppo bene per stupirci in continuazione - ma sono felice di tornare a casa la sera. Sto bene, davvero. Eppure a volte, quando sono sovrappensiero, mi sembra di sentire un brivido sul collo, come se qualcosa o qualcuno mi seguisse a distanza.

Da Promenade Michel Corajoud guardo l’altra metà della città, oltre il fiume. Sembra così distante, e le persone che percorrono il ponte sono così piccine, come tante formiche che si muovono freneticamente ognuna distratta a rincorrere la propria vita. E io anche sono una piccola formica, lo so, e anche la mia vita è altrettanto piccola e irrilevante; l’unica differenza è che appare più grande dal mio punto di vista, come se fossi riuscita, forse, a trovare la mia dimensione.

Ma mi basta guardare in su e ritorno a sentirmi come un’ombra che si è staccata, un frammento tra i tanti che si aggirano nella città che brulica.

[1] Impasse trad. strada senza uscita.